Alessandra e Federica Raveane: nonno Silvano ci è stato portato via dal Covid-19

Non si può morire così.

Il nostro adorato nonno Silvano ci è stato portato via dal Covid il 3 aprile.

Si trovava presso una CRA (si tratta di un tipo di struttura per anziani ancora autosufficienti con all’interno solo un servizio inferimieristico e personale di servizio che si occupa del vitto e dell’alloggio) e dal 25 di febbraio la struttura aveva chiuso alle visite da parte dei parenti. Successivamente verso la metà di marzo il nonno ci racconta che li hanno messi tutti in quarantena nelle loro stanze: viene portata loro la colazione, il pranzo, la cena, si occupano delle pulizie ma nessuno può uscire dalla propria stanza.

Contattiamo quindi la responsabile per capire le motivazioni di questa scelta e ci viene detto che è stato deciso per motivazioni solo prudenziali. 

Il 23 marzo la sua compagna di stanza sta male, si pensa sia un ictus, viene ricoverata e il 25 marzo la sua famiglia ci comunica che purtroppo è risultata Covid positiva.

In mattinata ci viene comunicato che il nonno ha la febbre e la saturazione non è ottimale, continuiamo a telefonare in struttura (perché purtroppo il nonno non è capace di rispondere al cellulare) e l’infermiera responsabile ci risponde frettolosamente dicendo che non ha tempo perché ci sono diverse persone che non stanno bene e attacca ripetutamente il telefono, quindi d’accordo con il suo medico curante e soprattutto molto preoccupate per la quasi sicura positività del nonno al Covid, decidiamo di chiamare il 112 e il 118.

Il 118 visita il nonno, lo trova con parametri normali, e nonostante abbia tutti i sintomi Covid e sia stato in stanza con una persona Covid positiva per 15 giorni, dicono di non potergli fare il tampone a meno di ospedalizzarlo. Data la situazione dei parametri e la leggera forma di Alzheimer, ci consigliano di lasciarlo in struttura per evitargli agitazione e confusione ulteriore tenendogli i parametri controllati almeno tre volte al giorno e comunicando i dati al medico curante per il monitoraggio.

Nonno Silvano

Fidandoci delle dichiarazioni della residenza, ovvero che l’unica paziente Covid positiva era la sua compagna di stanza e confidenti nell’attività di monitoraggio, decidiamo di lasciarlo in struttura, nel suo ambiente sotto il controllo del servizio infermieristico e del medico di base. Nel frattempo riusciamo a far pervenire un cellulare per fare delle videochiamate con lui per potergli in qualche modo stare vicino, vederlo e sentirlo. 

La situazione si mantiene stabile nelle giornate del 25 e del 26, riusciamo a parlargli con la videochiamata, lo troviamo provato dalla febbre, non mangia molto e quindi lo esortiamo tutti quanti ad alimentarsi e a farsi curare che presto lo potremo andare a trovare. Unico problema, l’infermiera responsabile della struttura, offesasi per il nostro intervento nel contattare il 118 non si rivolge più a noi per le condizioni del nonno ma contatta il medico curante, la quale molto collaborativa ci comunica i dati in maniera tempestiva.

 

 

Il 27 comincia l’incubo. In mattinata nostra madre viene contattata da una segretaria appositamente inserita nell’organico per comunicare i dati sanitari degli ospiti alle famiglie e le vengono comunicati i parametri della giornata precedente. In tarda mattinata il medico curante ci comunica la prima lettura dei parametri, lettura che in tutta la giornata resterà l’unica.

Purtroppo da quella comunicazione non avremo più indicazioni sui parametri e soprattutto non potremo neanche MAI più parlare con nostro nonno.

 

 

 

Per tutto il giorno chiamiamo ripetutamente con chiamate video e audio (il cellulare che poi andremo a ritirare un mese dopo riporta più di 30 chiamate senza risposta) ma nessuno risponde e non ci rispondono neanche alla linea fissa della struttura: ad un certo punto verso le 19.23 finalmente ci viene risposto dalla struttura: l’operatrice in maniera frettolosa mi dice che le è stato detto di non poter dare informazioni sugli ospiti, che verremo ricontattati direttamente nella mattinata seguente dalla segretaria e che doveva chiudere la comunicazione perché c’erano tanti nonni che stavano male.

Alle ore 20 il medico curante ci contatta informandoci che il nonno era stato portato in ospedale a Desenzano dal 118 per peggioramento della febbre, saturazione e gravi scompensi cardiaci.

 

 

Verremo successivamente a sapere dalla struttura che il nonno ha cominciato a stare male alle 18 al punto che non riusciva più a saturare neppure con la bombola di ossigeno che aveva a disposizione: NESSUNO della struttura ha comunicato a noi e al medico curante di questo peggioramento della situazione, NESSUNO ci ha mai comunicato che il nonno avesse cominciato a necessitare dell’ossigeno, ma soprattutto dalle 18 alle 20 (e neppure prima durante tutta la giornata) NESSUNO ha avuto il cuore di chiamarci, per farci parlare con lui, perché noi potessimo spiegarli che lo avrebbero portato in ospedale, di non spaventarsi, che lo avrebbero curato per guarire e tornare a casa.

 

 

Verremo poi anche a sapere che il medico curante è stato allertato solo alle 19.15.

 

 

Di fronte alle nostre ripetute richieste del perché nessuno ci avesse contatto e ci avesse negato l’ultima telefonata con il nonno, ci siamo sentite rispondere che, visto che è poi stato ricoverato una settimana in ospedale, avremmo dovuto cercare di farcelo passare per una telefonata mentre era lì. 

 

 

Dalla serata del 27 comincia una settimana da incubo: accertato naturalmente Covid positivo, comincia la sua e la nostra agonia.

 

 

Ci viene detto che è molto agitato, confuso, non mangia, non collabora e si toglie in continuazione la mascherina dell’ossigeno: purtroppo la polmonite bilaterale interstiziale è grave e i parametri dell’infezione non accennano a scendere per tutta la settimana del ricovero. Proviamo a chiedere più volte di potergli parlare telefonicamente ma ci dicono che è confuso e non capisce, chiediamo che gli dicano che noi ci siamo, che siamo lì “fuori dalla porta” ma non possiamo entrare per via del contagio, di farsi forza, di lasciarsi curare, di mangiare anche perché si avvicinava Pasqua e lo aspettavamo tutti a casa per festeggiare come sempre tutti insieme

 

 

Lo riusciremo a vedere solo una volta, in una videochiamata di neanche un paio di minuti, disteso nel letto, sofferente, senza riuscire a capire se ci vedesse o ci sentisse. Poi il 3 aprile alle 12.40 la telefonata più terribile che potessimo ricevere: non ce l’aveva fatta, il virus aveva vinto e se l’era portato via PER SEMPRE.

 

 

Lo rivedremo 20 giorni dopo in un’urna per accompagnarlo a riposare insieme alla nonna, come desiderava lui, con un dolore lacerante nel cuore che non si può spiegare e che non passerà mai.

Nonno adorato, per noi è uno strazio e sarà per sempre uno strazio il modo in cui ti abbiamo perso: non è umano non aver avuto la possibilità di confortarti in quei momenti, non è umano non averti potuto abbracciare, stringerti la mano, accarezzarti la testa, sussurrarti di non avere paura che questa volta toccava a noi proteggerti, toccava a noi prenderci cura di te, come tu lo avevi fatto per tanti anni con noi.

Non ti dimenticheremo mai, grazie per tutto l’amore che ci hai dato e per tutti i ricordi che ci porteremo sempre con noi nel cuore, tu per noi non eri un nonno, eri IL NONNO, ogni momento libero era per noi e con noi; è meraviglioso pensare ai miliardi di ricordi che ci hanno pervaso, che sono usciti dai cassettini della nostra mente e del nostro cuore, ricordi che si portano dietro storie, sensazioni e profumi talmente sono intensi e profondi, perché tu eri una persona stupenda e questo è il più bel dono che potessi lasciarci.

Ciao nonno, ciao nonno bis, speriamo di sentirti nel vento e nelle nostre azioni quotidiane e speriamo che tu ci possa sentire, che tu possa sentire tutto l’amore che ci hai lasciato.

Ti vogliamo un bene immenso. 

La tua Ale e la tua Fede❤️❤️❤️

Alessandra e Federica Raveane