Come la legge: i tamponi (dovrebbero essere) uguali per tutti

Lamorgese

È notizia di ieri che la Ministra Lamorgese è risultata positiva al Covid, sebbene in forma asintomatica. Anzitutto a lei, indipendentemente dalla simpatia o antipatia che può suscitarmi, faccio i miei migliori auguri per una pronta guarigione. Ho letto sui social commenti scabrosi nei quali le si augura la morte, commenti dove si gioisce inneggiando al Karma, commenti dove la gente dice che tanto l’erba cattiva non muore mai… potrei andare avanti per ore.

Io, la morte, non la augurerò mai a nessuno, nemmeno al mio peggior nemico. Ho visto cosa porta il Covid, ho visto con che facilità distrugge intere famiglie e lascia danni a lungo termine, non solo fisici ma anche e soprattutto psicologici, e vi auguro di non vederlo mai, figuriamoci di provarlo sulla vostra pelle o su quella di qualche vostro caro! Come da prassi, i Ministri Di Maio e Bonafede, vicini di posto della Lamorgese, si sono messi in quarantena fiduciaria in attesa dell’esito del tampone. E fin qui nulla mi aveva stupito. Poi ho letto, e cito testualmente da Repubblica: “Lamorgese si era sottoposta a tampone molecolare questa mattina (07/12 ndr) presso gli uffici del ministero dell’Interno, una routine che si ripete ormai ogni dieci giorni: prima di quello di stamattina ne ha fatti almeno altri dieci”.

Smart working, questo sconosciuto!

Questo non dovrebbe farmi scandalizzare, se anche il cittadino qualunque potesse beneficiare di un trattamento simile. Ma su questo punto ci torneremo tra poco. Scopro anche che, in attesa dell’esito di uno di questi tamponi precedenti, la Ministra si era presentata ad una riunione Consiglio dei Ministri. Ora, mi scusi cara Ministra, ma non sono mesi che ci dite che in attesa dell’esito del tampone si deve stare in quarantena ed attendere, giustamente, l’esito? Il ruolo che Lei ricopre è certamente molto importante, Lei è una delle principali cariche istituzionali della nostra Nazione, indubbiamente.

Ma la parola Smart Working le è estranea? Come mio padre, piccolo commercialista di un paesino della bergamasca, incontra i suoi clienti in Skype (non perché in attesa di esito di tampone, ma per minimizzare i rischi di contagio), Lei non poteva, per quella seduta, lavorare da casa? Sono sicuro che dispone sia di un computer che di una connessione ad Internet, e penso di poter dire lo stesso per Palazzo Chigi. E invece ha pensato bene di presentarsi in un’aula del Parlamento, alla presenza di centinaia di altri suoi colleghi, quando noi non possiamo mangiare a tavola con i nostri genitori che vivono nella città confinante alla nostra. Non le sembra un comportamento estremamente egoista ed irrispettoso nei confronti di chi, da mesi, segue le vostre indicazioni anche quando è palese che stiate cercando di raffazzonare una situazione che, da troppi mesi ormai, vi è sfuggita di mano?

Un carabiniere di Bergamo, positivo al Covid, ha dovuto fare in autonomia il tracciamento dei contatti.

Torniamo al tema dei tamponi al cittadino comune, voglio raccontarvi una storia.
Uno dei miei migliori amici fa il Carabiniere in provincia di Bergamo; vive sul campo, incontra gente, spesso a stretto contatto (arresti, colluttazioni ecc). Nella sua caserma, parliamo di un mese fa, ci sono stati dei casi conclamati di Covid. Dopo qualche giorno è toccato a lui; si è svegliato una mattina con la febbre e la famosa mancanza di gusto e olfatto. Ha avvisato subito in caserma e la caserma si è operata per contattare ATS per fargli eseguire il tampone il prima possibile, mentre lui si metteva in quarantena fiduciaria. Due giorni dopo è stato sottoposto al tampone, che ha dato esito positivo. Forse per il senso civico di cui un Carabiniere deve essere portavoce, forse per sfiducia per quelle stesse istituzioni che dovrebbe rappresentare, ha alzato il telefono e ha cominciato a chiamare tutti quelli di cui aveva il numero con i quali era stato in contatto stretto nelle ultime due settimane, suggerendogli di isolarsi e di far riferimento all’ATS.

Nel frattempo passavano i giorni, durante i quali, fortunatamente, il mio amico ha sconfitto la malattia; la febbre era calata, i dolori al corpo passati, ma permaneva la mancanza di gusto e olfatto. Ad otto giorni (otto giorni!!) dall’esito positivo del suo tampone riceve una chiamata da ATS, la quale gli chiede la lista delle persone che ha incontrato nelle due settimane precedenti ai sintomi per informarle. Bisogna ringraziare le persone con questo alto senso civico se, forse, si è evitato un contagio ancora maggiore. Ho sentito storie raccapriccianti su questo tema.

Un medico di un ospedale della Lombardia, dopo aver saputo della positività di sua moglie, ha dovuto auto-ricoverarsi per poter fare il tampone.

Potrei raccontarvi di un medico che lavora in un ospedale della Lombardia il quale, ad Aprile, trovandosi con la moglie positiva, ha contattato ATS per chiedere di poter avere un tampone, in quanto lui ogni giorno si trovava a stretto contatto con pazienti fragili e aveva paura di essere infetto, nonostante non avesse sintomi. La risposta fu perentoria “se lei non ha sintomi, metta la mascherina e vada a lavorare”. Non potendo accettare ciò, questo dottore ha fatto appello alla sua italianità (è il caso di dirlo) ed ha aggirato il sistema. Si è auto-ricoverato nel suo pronto soccorso, mentendo, e dicendo di avere problemi respiratori; solo così ha avuto la possibilità di sottoporsi al tampone che, fortunatamente, ha dato esito negativo.

Politici e calciatori sottoposti a tampone più volte a settimana, la gente comune attende il primo da marzo.

Poi vieni a scoprire che politici e calciatori fanno tamponi con la stessa frequenza con cui la gente va di corpo; chi tutti i giorni, chi una volta ogni due giorni, chi due volte alla settimana. Lo Zlatan Ibrahimovic di turno risulta positivo? Tutta la squadra, lo staff tecnico, lo staff medico ed i dirigenti vengono tamponati. E non basta un tampone, no, bisogna farne almeno due a distanza di qualche giorno. Perché? Perché il campionato non può fermarsi, ma scherziamo? Come si fa senza la partita della Domenica altrimenti? Una squadra di calcio è composta da circa 23 persone, tra titolari e riserve, più altrettante dello staff tecnico, per stare bassi. Diciamo 50 persone. Facendo ognuna due o tre tamponi parliamo di 150 tamponi circa. Quasi ogni squadra di serie A, se non tutte , ha avuto almeno un contagiato. Sono 20 squadre per 150 tamponi a squadra. 3000 tamponi fatti per far sì che il calcio non si fermi.

E intanto ci sono migliaia di famiglie che pagherebbero oro per un tampone, che implorano un tampone, che vogliono sapere se rischiano di contagiare qualcuno. Ma chissà perché, per i comuni mortali, un tampone si tramuta in un’epopea. Non parliamo della prima ondata, dove i tamponi erano più una leggenda che una realtà, parliamo di oggi. Parliamo di madri che hanno un figlio positivo in casa, che devono andare a lavorare e che non sanno se possono farlo. Parliamo di richieste di tamponi a seguito della positività di un familiare e del tampone fatto a distanza di giorni, se non di settimane. Parliamo di un sistema di tracciamento inesistente che, implicitamente, ci dice “ci appelliamo al vostro senso civico perché noi abbiamo fallito”.

Fino ad ora nessuna ammissione di responsabilità dalle autorità e dal sistema che ha fallito.

Ma ripeto, lo fa implicitamente, perché finora non ho mai sentito dire frasi come “abbiamo sbagliato”, “abbiamo fallito”, “scusateci”. Ne sto vedendo tante, di ingiustizie, in questi mesi. Non ne faccio una colpa ad un partito piuttosto che ad un altro, ne faccio la colpa ad un intero sistema, sia esso giallo, verde, rosso, nero o arcobaleno. Un sistema che non è stato, e non è ancora, in grado di proteggere adeguatamente i suoi cittadini, un sistema che si nasconde dietro misure draconiane senza logica pur di tentare di far vedere che stanno facendo di tutto e che la colpa non è loro, semmai nostra. Sì, perché se un politico si può fare un tampone ogni dieci giorni (e penso di poter aggiungere, con un pizzico di malafede, gratuitamente), il comune cittadino quel tampone lo deve implorare, deve rincorrerlo, deve dar fondo a tutta la sua fantasia per riuscire ad averlo… e spesso deve pure pagarlo.

Non possiamo far visita ai nostri affetti più cari da un comune all’altro, ma se vivi in una metropoli puoi girarla tutta senza problemi.

Io non posso andare a trovare i miei nonni che abitano a 5km da me, la mia ragazza non può andare a passare il Natale con la sua famiglia che è in Puglia (noi abitiamo in Lombardia) e non vede da mesi, chi abita in una metropoli come Roma o Milano può fare decine di chilometri rimanendo entro i confini cittadini, mentre chi abita in uno dei tantissimi paesini sparsi per l’Italia è prigioniero in casa propria. E intanto, chi dovrebbe rappresentarci, chi dovrebbe darci l’esempio, infrange le regole che essi stessi scrivono. E, come sempre, mai un passo indietro, mai un’ammenda, mai una scusa, figuriamoci una dimissione.

Le cose non possono cambiare da sole, non è più tempo.

Ma le cose non possono e non devono andare avanti così. Ora non è più tempo. Se avessimo lo stesso fervore che abbiamo nel tifare la nostra squadra di calcio nel combattere certe ingiustizie e soprusi, saremmo una delle nazioni più giuste e prospere della terra. Perché è vero, la nostra classe politica ne ha combinate di ogni, e continua a combinarle.

Ma ricordiamoci chi quelle persone le ha messe lì; non sono salite al potere con un colpo di Stato, non sono membri di una famiglia reale che comanda da sola da generazioni; sono lì grazie a noi, grazie alla fiducia che tutti noi gli abbiamo dato. E questo dobbiamo ricordarcelo sempre, deve essere un monito indelebile per il nostro futuro. Perché, e chiudo con una citazione di uno dei miei film preferiti: “Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno rispondere di tutto ciò; ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate il colpevole… non c’è che da guardarsi allo specchio.”


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