Cristina Longhini: l’ospedale ci ha chiesto aiuto per salvare papà ma si sono dimenticati di avvisarci della sua morte.

“Mio papà era appena andato in pensione, l’ospedale ci ha chiesto aiuto per trovare un posto in terapia intensiva altrimenti papà non ce l’avrebbe fatta”

Mio papà si chiamava Claudio Alessandro Longhini, aveva 65 anni ed era appena andato in pensione dopo una vita da rappresentante.
Si ammala verso il 2 Marzo: Febbre 37.3/37.4, vomito, dissenteria, nausea. La mamma chiama il medico di base che le prescrive telefonicamente antibiotici e fermenti lattici e le dice che non l’avrebbe visitato.

Papà dopo una settimana continua a peggiorare: febbre, nausea, non mangia più, perde peso, dissenteria incontrollabile. Perde i sensi per circa un’ora e mezza in bagno. Mamma chiama il 118 e il numero speciale per il Covid ma le rispondono che se non ha una crisi respiratoria non escono.
Decide di richiamare il medico di base che le dice di continuare con antibiotici fermenti e di tenerlo idratato ma che non sarebbe venuto a visitarlo.

Mercoledì 11 Marzo mia sorella mi manda un messaggio dicendomi che papà sta malissimo. 

Telefono a papà e gli chiedo come sta. Mi risponde: “Chicchi sto male: ho vomito, dissenteria, febbre…” – “Papà” dico “passami la mamma”. Da lì la disperazione: mi dice che nessuno lo visita.
Le grido che dobbiamo trovare un medico.
Telefono alla mia amica medico a Brescia, sento i miei ex compagni di scuola, faccio appelli sui social.

Mia mamma alle 18:30 mi dice che ha trovato un medico, il Dr. Lepore.
Lui è un medico di base che ha accettato subito di visitarlo: ossigenazione 65%.
Chiama lui stesso l’ambulanza e segnala all’ATS il medico di base di mio padre.
Arriva l’ambulanza che, non essendo di Bergamo, chiede indicazioni a mia mamma per arrivare all’Ospedale Papa Giovanni XXIII.
Papà non riesce nemmeno a reggersi in piedi e lo trasportano con una sedia a rotelle fino la porta di casa.

Arrivato all’ospedale chiamano mia mamma con un indagine su patologie ed eventuali interventi; papà ha solo il diabete ma da li inizierà il suo calvario. Il giorno dopo l’Ospedale chiama per dirci che l’esito del tampone è positivo e che è ricoverato nel reparto Covid, stabilizzato sotto il casco.
Ci danno un recapito telefonico per chiamare dopo le 14 ogni pomeriggio. Spesso non rispondono. Sappiamo che è stabile e poi durante una chiamata ci dicono che ci chiameranno loro solo in caso di peggioramento o di miglioramento.

“Senza un posto in terapia intensiva papà non si salverà”

Mercoledì 18 Marzo verso le 13 avvisano mamma che papà è peggiorato e che senza un posto in terapia intensiva non si salverà. Lì i posti non ci sono; chiedono anche a noi di sentire qualche ospedale. Nel frattempo papà viene trasferito in Pronto Soccorso. La nostra disperazione è infinita: la vita di papà dipende da noi. Chiamo tutti quelli che conosco: nulla, il posto non si trova.
Papà viene intubato verso sera ma senza arrivare alla Terapia Intensiva. 

Cristina e Claudio Longhini
Cristina e Claudio Longhini

Alle 5 mi chiama il Dr. Manzoni: “l’ossigeno non arriva agli organi periferici, la richiamo appena suo papà sarà morto”

Giovedì mattina, il 19, alle 5 mi chiama il Dr. Manzoni dall’ospedale dicendomi che l’ossigeno non arriva agli organi periferici di papà e che mi avrebbe richiamato appena morto. Il vuoto: chiamo mia mamma e mia sorella. Alle 7:45 mi richiama mamma chiedendomi notizie. Richiamo io l’Ospedale e mi dicono che papà risulta essere morto da 10 minuti. In realtà sulla cartella clinica l’ora del decesso è 5:45Insomma, si erano dimenticati di chiamarmi.

“Ho riconosciuto la salma di mio papà: dagli occhi spalancati era uscito sangue come dal naso, anche la bocca era spalancata. Ho tergiversato nel riconoscerlo, con l’infermiere che mi metteva fretta: dietro di me una lunga fila di carri per il ritiro delle salme”

Comunico all’ospedale l’ora del mio arrivo per il riconoscimento della salma (non aveva portato con sè i documenti), circa le 10 e mi dicono che per quell’ora la salma sarebbe stata lì, in camera mortuaria: alla fine l’ho aspettata fino alle 14, mentre dal PS mi rimbalzavano alla Camera mortuaria e viceversa, per ritirare i suoi effetti personali. Ho riconosciuto la salma non avendo papà la carta d’identità ma solo il tesserino sanitario. Lo trovo così come era: dagli occhi spalancati era uscito sangue come dal naso. La bocca era spalancata. Ho tergiversato nel riconoscerlo. Chiusa la bara, anche perché l’infermiere mi ha detto di sbrigarmi a causa della lunga fila di carri dietro di me, ho seguito il carro fino al cimitero. Lì l’ho salutato ma non sono potuta entare. Sono tornata a casa con il sacco dell’immondizia che mi hanno dato all’ospedale. Dentro c’era la borsa di papà che ho aperto 15 giorni dopo. All’interno le sue cose ma anche una maglietta intima sfilata con il pigiama e un enorme chiazza di sangue: materiale infetto.

“Passano i giorni e non sappiamo più nulla della salma: solo il 3 aprile scopriamo che il 1 aprile papà è stato portato a Ferrara su uno dei carri messi a disposizione dall’esercito”

Nel frattempo sono passati i giorni e della salma non sappiamo più nulla. Solo il 3 Aprile mia mamma al telefono riesce a sapere che la salma è partita per Ferrara il giorno 1 Aprile, su uno dei carri militari ormai famosi. Le mie pompe funebri mi chiamano il giorno successivo a quella telefonata, fatta da mia madre ai servizi cimiteriali del comune, per dirmi che sicuramente la salma è a Ferrara perché a loro è stato richiesto il pagamento della tassa di cremazione dal Comune di Ferrara. Tassa che va pagata subito; prima di avere le ceneri indietro. Poi ci dicono che la salma rientrerà l’8 di Aprile. Più nulla nessuna notizia fino al 18.

Il Cimitero chiama le pompe funebri: hanno istituito un numero solo in entrata. Non si può decidere il posto dove far riposare papà, danno loro due alternative, altrimenti l’urna rimarrebbe in giacenza al  Cimitero aspettando la fine dell’emergenza. Abbiamo 15 minuti per la tumulazione e una fattura totale di 3069,00 euro. Una vergogna.

Cristina Longhini