Monica: mio marito Armando, portato via a me e ai nostri figli dal Covid-19 in un mese

Mio marito si chiamava Armando Invernizzi; ripercorrere la storia dei suoi ultimi giorni di vita è un dolore straziante: in un mese il Covid-19 l’ha portato via da me e dai nostri figli.

Il 23 febbraio mio marito, comincia ad avere febbre altalenante. Il 24 febbraio la febbre aumenta: chiamo il medico di base, il quale mi dice di dargli solo tachipirina, che era solo influenza, e dicendo di non portarlo in studio. Il 25 la febbre aumenta sopra i 39, allora chiamo il numero dedicato al coronavirus ma mi assicurano che, non avendo tosse e non avendo frequentato cinesi, non poteva essere coronavirus. Io ero abbastanza tranquilla visto che mio marito a gennaio si era rotto un piede e quindi era uscito poco di casa. 

Il 26 io mi sveglio con un forte mal di testa e mio marito 39,5 di febbre. La mattina, nonostante tachipirina ogni 6 ore, accusava dolore ai testicoli, quindi richiamo il medico e mi dice che probabilmente è un’infezione urinaria e mi prescrive un antibiotico. Il pomeriggio mia figlia arriva dal lavoro e ci trova tutti e due sul divano; io con 38,5 di febbre e mio marito 40. Allora richiama il numero delle emergenze per il coronavirus ma ripetono che non abbiamo correlazione con il virus; cosa alquanto strana, visto che avevamo tutti e due la febbre; io pensavo a qualcosa di virale di sicuro. 

Il 28 Febbraio la febbre sembrava scomparsa, ma dopo qualche ora torna: il termometro segna 40,2°. Ho deciso: porto Armando in ospedale anche senza il consenso del medico.

Il 27 io mi sveglio stando bene, mio marito sempre 40 di febbre. Richiamo il medico di base che mi ripete di non andare né in ospedale né in ambulatorio ma che dovevo aspettare che l’antibiotico facesse effetto. Il 28 mattina ha 36,5 di temperatura, allora ho detto “bene se n’è andata”, se non che alle 13 risale a 40,2! A quel punto chiamo il medico e lo avviso che avrei portato Armando in ospedale anche senza il suo consenso.

Lo porto all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, dato che a gennaio per il piede rotto, all’ospedale di Seriate gli hanno dovuto rifare 4 volte il gesso, visto che avevano sbagliato, soprattutto col primo, fatto troppo stretto e che gli ha provocato una piaga. Ero sicura che lì sarebbe stato in buone mani.

Aveva 66 anni, era un artigiano ed era ancora nel pieno dell’attività lavorativa, avendo ancora tre figli a casa. Pieno di vitalità e forza, molta più di me che ne ho 54, tanto più che entra in ospedale con le sue gambe, pur avendo 40 di febbre. 

Armando Invernizzi

Da lì comincia l’agonia: per una settimana gli danno ossigeno tramite casco C-pap e qualche telefonata angosciante che, tra le lacrime, mi diceva di portarlo via. Per avere notizie, ci intrufolavamo nel pronto soccorso ed attendevamo qualcuno che, pur di mandarci via, ci desse qualche notizia, visto che ci assicuravano sempre che ci avrebbero telefonato. Volevamo anche sapere del tampone per regolarci su come comportarci, ma per sei giorni non è mai arrivata nessuna chiamata.

Le notizie trapelano grazie ad Armando: quando ci telefona ci dice che spesso non gli danno da mangiare e che gli hanno tolto il casco per darlo ad altri.

Il suo peggioramento lo apprendevo da lui tramite telefonate e messaggi, oltre a dirmi che non gli davano da mangiare o che gli toglievano il casco per darlo ad altri e per questo lui non riusciva a respirare. Poi l’hanno intubato. “Almeno non sente niente” mi dicevo.

Tre settimane ad aspettare la solita telefonata che arrivava anche alle dieci di sera, dove un medico ti dava qualche speranza, un altro lo dava quasi per spacciato. Dicevano “suo marito è un malato sano, il resto degli organi resiste ma i polmoni molto compromessi”. Ci comunicavano ogni tanto che provavano una terapia nuova off-label e io chiedevo se dovevo dare il consenso, ma i medici dicevano di no, si limitavano a comunicarmelo. Ho capito che mio marito stava facendo da cavia per le cure.

Ricordo quelle tre settimane come un film dell’orrore: la disperazione dei miei figli chiusi in casa; io che dopo la quarantena, dovendo riprendere il lavoro, avevo chiesto di poter fare le notti per poter aspettare la tanto attesa telefonata. Lavoro in una RSA e anche lì è uno strazio: tanti dei miei nonnini malati, noi con poche protezioni e i miei figli terrorizzati che mi potesse succedere qualcosa; un incubo! 

Al lavoro ci informano dei protocolli per trattare i pazienti deceduti per Covid-19: penso ad Armando. Poco dopo ci chiamano: morirà entro poche ore; non arrivo in tempo, dopo 6 minuti Armando aveva smesso di respirare.

Quando sono arrivate le disposizioni che dicevano che non avremmo potuto più vestire i morti ma solo metterli in un lenzuolo bagnato d’amuchina, il pensiero è andato subito a mio marito. Il 27 marzo alle 10,30 arriva la chiamata: sta precipitando. Dicono “prevediamo il decesso in poche ore”. Corriamo in ospedale ma mio marito è deceduto alle 10,36. Sono riuscita a vederlo: non era più lui! Ho cercato in viso un piccolo porro che aveva sotto un occhio per essere sicura che fosse lui. Invecchiato di 20 anni dopo quasi un mese di terapia intensiva, povero.

Pochi giorni dopo, nostro figlio ha compiuto 18 anni: non gli ho augurato 100 di questi giorni.

Ho tanta rabbia dentro, soprattutto quando dicono che muoiono solo gli anziani e coloro che soffrono di altre patologie. Mio marito era sano come un pesce, non beveva e non fumava ma era anche molto forte sia fisicamente sia caratterialmente. Purtroppo uno dei primi, e non si può negare che è stato sbagliato tutto nel gestire questa pandemia. Il 3 aprile mio figlio ha compiuto 18 anni, gli ho preso una piccola torta al supermercato, quella che ho potuto trovare, gli abbiamo cantato la canzoncina, ma aveva un tono di tristezza e di sicuro non gli ho augurato 100 di questi giorni. 

Le cure sono state troppo tardive, sono convinta che, se non fosse stato obbligato a stare a casa per una settimana, i suoi polmoni non sarebbero arrivati a quel deterioramento e si sarebbe potuto salvare. 

Inoltre ho visto in quei primi cinque giorni passati in pronto soccorso il caos che regnava, e ho capito che quando diceva che non gli davano da mangiare era perché non riuscivano non perché dovesse rimanere a digiuno. 

Ad oggi, né io né i miei 3 figli, abbiamo ancora fatto il tampone.

Monica Plazzoli