Pietro, quando un ultraottantenne non ha nessuna speranza di sopravvivere

Mio marito si chiamava Pietro; si è ammalato il giorno 11 marzo, con febbre che non arrivava a 37,5° e senza nessun sintomo preoccupante, per cui si è curato da solo assumendo la tachipirina. D’altra parte in genere una o due volte all’anno  aveva una leggera bronchite, però senza febbre e senza particolari problemi. Aveva smesso di fumare da circa 25 anni. Complessivamente godeva di ottima salute e non è stato mai diabetico. Aveva avuto un leggero rialzo di glicemia circa un anno e mezzo fa, ma era rientrato dopo un mese nei valori normali con una dieta neanche troppo rigida. Nell’ultimo esame del sangue eseguito il 27/11/2019 il valore della glicemia è risultato  91(65-110), quindi normale, come del resto erano buoni tutti gli altri valori riguardanti altre voci. Aveva subito un’operazione alla vescica nel 2011 per un tumore circoscritto e quindi senza nessuna conseguenza.  Era un uomo forte, gran camminatore, si dedicava al suo orto molte ore al giorno, insomma era sano. Le sue leggere patologie, se si possono definire tali (colesterolo, pressione,…), erano legate all’età.

Tutto è cominciato l’11 marzo con una lieve febbre, ma dal 15 la febbre ha cominciato ad aumentare senza che i farmaci facessero effetto

La sera del 15 marzo la febbre improvvisamente è arrivata a 39 e forse anche di più durante la notte. Il giorno successivo ho telefonato al nostro medico al quale ho detto che la febbre di mio marito era iniziata il giorno 11 marzo e lui ha ordinato di curarlo con la tachipirina 1000 e con l’antibiotico neoduplamox. Nel frattempo, Pietro mangiava pochissimo e la febbre non scendeva, ma il medico non si dimostrava preoccupato, anzi aveva aggiunto che a mio marito, essendo di costituzione forte,  avrebbe fatto bene perdere qualche chilo.

Man mano che passavano i giorni la febbre non diminuiva. Il medico mi chiedeva se respirava normalmente ed io rispondevo che secondo me respirava come sempre, specificando però che non potevo auscultarlo come avrebbe potuto fare un medico. Al medico avevo anche chiesto, su consiglio di una mia amica specialista di malattie respiratorie che abita in meridione, se non era il caso di usare il saturimetro per misurare l’ossigenazione, ma lui mi aveva risposto che non era necessario.

Il giorno 20 ho detto chiaramente al medico che mio marito necessitava di una visita medica, essendo sempre la febbre alta e il suo fisico debilitato (ormai beveva solo acqua e limone e qualche spremuta di arance), ma il medico si è rifiutato di visitarlo. Prima che arrivasse la guardia medica sono stata dalla mattina fino a tardo pomeriggio a chiamare l’ambulanza (118 e 112): mi veniva continuamente chiesto se avesse problemi respiratori e la mia risposta era che, per quanto ne potessi capire, non presentava difficoltà a respirare ma stava molto male, la febbre era alta e non scendeva ed era debilitato. Per ben due volte mi hanno risposto che non potevano venire perché c’erano “casi più gravi” da soccorrere e che dovevamo obbligare il medico di base a visitare papà o al massimo chiamare la guardia medica, ma solo dopo le 20 perché prima non poteva uscire per visite.

La sera dello stesso giorno, finalmente, la guardia medica tramite il saturimetro ha verificato il grado di ossigenazione che era 85 e ha ordinato il ricovero.

Solo il 20 marzo Pietro è stato portato finalmente in ospedale

È stato portato al pronto soccorso di Borgomanero il 20 marzo. E’ stata fatta una tac e una lastra ai polmoni e già dalla lastra è stato ipotizzato, dal medico del pronto soccorso, prima del risultato del tampone, che si trattasse di Covid-19. Il risultato del tampone, positivo, ci è stato comunicato solo martedì 24 marzo. 

Nel frattempo, imprudentemente, è stato ricoverato in una camera con un paziente Covid-19 (così mi ha riferito l’infermiera quando ho chiamato al mattino; un paziente che era guarito da Covid-19, ma guarito come, era già un tampone negativo? Anche questo non mi è sembrato logico; mi domando: finché non c’è il risultato del tampone, non sarebbe meglio tenere separati i pazienti?

È stato così ricoverato con la diagnosi di polmonite interstiziale, con un po’ di diarrea e febbre ma respirando comunque con del semplice ossigeno. La situazione è rimasta invariata fino al lunedì  23 marzo. Alle ore 13.30 l’ospedale mi avvisa che mio marito è grave, la saturazione non va bene, che purtroppo la malattia è così e che dovevo aspettarmi di poter essere chiamata già la sera stessa o il giorno dopo perché se ne stava andando. Si evince quindi che già lunedì 23 la situazione è grave. 

Viene trattato poi con un presidio respiratorio con un’alta pressione di ossigeno e la saturazione migliora anche fino al 90%, raggiunge il 90% il 28 marzo. Ma il medico dice che senza respiratore non riesce a desaturare. Lui è lucido, ricomincia a mangiare e resta più o meno stabile. Il 28 marzo viene cambiato tipo di respiratore perché sta decupitando sul volto e ha ulcere sul naso e viene usato quindi il casco cpap .

Con modi spesso poco empatici e con molta freddezza (escudendo solo qualcuno) sembrava che i medici dessero per scontato che mio marito avendo una certa età dovesse inevitabilmente andarsene.

Alla mia richiesta, già dal 23 marzo, di porre mio marito in terapia intensiva , visto che mi veniva sempre fatta notare la gravità della sua situazione (sebbene avesse raggiunto il 90% di saturazione dopo che l’avevano già dato già per morto il 23 marzo e che, secondo il giudizio di alcuni medici, era forte e reattivo) mi veniva risposto che il rianimatore non lo considerava intubabile. Il 28 marzo richiedo se si può intubare e mi ribadiscono che il 26 marzo il rianimatore ha detto che non era intubabile per l’età e perché rischiava di non poter essere stubato. Addirittura un infermiere il 24 marzo mi aveva detto involontariamente che la procedura in rianimazione, per direttive dall’alto, era di procedere in ordine di età.

Ogni giorno parlo al telefono con i medici, con ansia e con il cuore in gola, ricevendo solo pessimismo e poche speranze. Il 31 marzo mi viene detto che mio marito è particolarmente affaticato a livello respiratorio e che gli è stata data la morfina e che non ci sono possibilità di guarire.  Nel frattempo, il 31 marzo, parlo con un amico medico che lavora in Svizzera e mi informo su Covid-19, terapie e mi viene detto che la rianimazione in alcuni casi è l’unico modo per guariree che non dipende dall’età se una persona sia o meno intubabile ma dal suo stato di salute. 

Il giorno successivo chiedo, dopo che mi viene comunicato di nuovo che avevano aumentato le dosi di morfina e che non ci sono possibilità per mio marito, di parlare con il rianimatore. Il rianimatore mi dice con molta irritazione che con l’intubazione ci sono il 10% di possibilità e che deve decidere la famiglia. Io e le mie figlie decidiamo per l’intubazione, aggrappandoci a questa ultima possibiltà.

Mio marito quindi viene intubato il 1 aprile; anche mia figlia Elena quel giorno ha parlato con il primario del reparto di rianimazione, nel pomeriggio, che aveva detto, alzando il tono della voce, che avevamo sbagliato a fare intubare papà e che dovevamo far decorrere la malattia e lasciar perdere. In pratica lasciare la cpap e aspettare che mio padre morisse (lucido, logorato e affaticato dal casco e dalla maschera).

La sera stessa, il rianimatore chiama mia figlia Stefania e con aggressività e con assoluta mancanza di rispetto dice che tanto non ci sono speranze per suo padre, che ha intubato un muro (frase intollerabile) e che era incurabile dall’inizio del suo ricovero in ospedale e che ci avevano dato troppe speranze. Dice anche che con le patologie che aveva suo padre non poteva essere rianimato, (notare che era già intubato).

Alla domanda di mia figlia del perché non era stato intubato prima, il dottore parla di diabete di cui secondo la cartella clinica papà era affetto (falso), di bronchite cronica (falso) e che aveva subito un’operazione alla vescica (nel 2011 senza nessuna conseguenza). Mia figlia risponde che hanno sbagliato cartella clinica, perché suo padre non soffre né di diabete né di bronchite e lui ribadisce che i numeri sono numeri, le statistiche sono statistiche, e che lei può tenersi la sua speranza ma lui sa che tanto non ci sono possibilità.

Lei risponde a ragione che se fosse stato messo in rianimazione subito e non escluso per mancanza forse di posti (comunque non risultava) o per l’età e per patologie che lui non aveva, forse le possibilità sarebbero state alte, aggiungendo che sarebbe comunque andata a fondo sia sulle cure che loro avevano praticato sia sulla poca umanità con cui avevano trattato il suo papà. Ogni persona in quanto tale dovrebbe avere il diritto di essere curata per vivere e non essere ospedalizzata per esser accompagnata alla morte. Pietro è stato vittima non solo del Coronavirus, ma soprattutto del malfunzionamento del sistema sanitario.

Mi chiedo che tipo di umore e di speranza può avere un paziente che si sente trattato come un vecchio a cui viene negata la possibilità di vivere?

Purtroppo nessuno di noi è entrato in ospedale per vedere la situazione, l’unica cosa che avevamo era un telefono. Pietro era lucido tanto che fino al 31 marzo, prima della somministrazione della morfina che come sappiamo stordisce, riusciva a scrivermi messaggi.

Pietro resta stabile fino al 4 aprile (era stato dato già per morto la seconda volta il 1 aprile, dopo il 23 marzo) in condizioni critiche ma stabili. Il 4 aprile alle 13 mi comunicano che ha un rialzo di creatinina, che è grave e stabile. La sera stessa alle 23,30 mi viene comunicato da un medico della rianimazione con una totale freddezza il decesso di mio marito avvenuto alle 23,20.

Pietro Ragazzoni

Ho telefonato al direttore medico; mi ha risposto che per gli ultraottantenni non era prevista l’intubazione ma di accompagnarli serenamente alla fine

Ho telefonato al direttore medico di Borgomanero lamentandomi dell’atteggiamento del medico e facendo presente che mio marito doveva essere intubato immediatamente dopo il ricovero e che, se ormai le sue possibilità di guarigione erano minuscole (termine usato dal direttore medico) a cui comunque noi ci “aggrappavamo”, dipendeva da come avevano agito i medici dell’ospedale che non avevano curato il paziente secondo le sue reali necessità ma basandosi solo sull’età. 

Il direttore ha risposto che la nostra proposta di intubarlo era stata un’imposizione perché la loro procedura è di non intubare gli ultraottantenni. Allora io che, con dolore ma anche con speranza, avevo permesso che ricoverassero mio marito, ho chiesto quale procedura viene seguita da loro nei confronti degli ultraottantenni in condizioni di gravità. E la signora molto freddamente mi ha risposto “di accompagnarli serenamente alla fine”.

Perdere nostro padre è stata un’esperienza davvero drammatica, soprattutto per non avergli potuto trasmettere il nostro affetto e la nostra vicinanza, da quando è avvenuto il suo ricovero in ospedale, nel quale non siamo mai potute entrare per l’emergenza Covid-19. Siamo riusciti a scambiare con lui pochi messaggi ma carichi di affetto e di amore.

Papà è stato una persona speciale, buona e una delle persone più oneste che io abbia mai conosciuto. Ora sicuramente è l’Angelo migliore del Paradiso che veglia sul suo grande amore, la mamma, e sulle sue figlie, notte e giorno. 

Grazie per la forza che ci hai sempre trasmesso che ci aiuterà ad andare avanti… La tua saggezza è stata e sarà sempre per noi un grande esempio e il tuo amore sarà sempre impresso nei nostri cuori. A te dobbiamo tutto e non c’è stato un solo momento nella nostra vita in cui la tua guida e il tuo esempio non ci abbiano aiutato. Ci hai sempre insegnato a non mollare e ti promettiamo che non ci arrenderemo mai.

Grazie papà, ci manchi tanto. 

Giuseppina Galbo, Stefania Ragazzoni, Elena Ragazzon