Tiziana: da quando la struttura è stata chiusa abbiamo passato ore a cercare di avere notizie sulla salute del papà

Papà aveva compiuto 83 anni il 25 Marzo. Era ricoverato in RSA a Clusone dal dicembre 2018, una forma di Alzheimer; era ad uno stadio per cui ancora ci riconosceva, semi-autonomo; ma a seguito della malattia 
della mamma (tumore al seno e successive chemio che l’hanno devastata) abbiamo a malincuore preso la decisione di lasciarlo in RSA, dove accompagnavamo mia mamma per fargli visita tutti i pomeriggi da quando si era ripresa, da circa un anno; le forze non le consentivano di prendersi cura di lui.

La rabbia e la delusione che mi porto dentro nasce da quando la struttura è stata chiusa completamente all’ingresso dei parenti, a tutela degli ospiti, abbiamo passato ore e ore a cercare di avere per telefono notizie sulla salute del papà.

A inizio marzo, per circa 10 giorni, ha febbre mai sopra i 38 e respira bene; poi inizia a stare bene 
perché cantava (lui cantava sempre era stato corista del Coro Idica) e rispondeva piccato alle operatrici: “ok, allora sta bene!” pensavo. Poi, dal 20 marzo, il crollo: la febbre è tornata ma, stavolta, alta, respira male, antibiotico ed ossigeno per 10 giorni; la situazione è stata grave, poi stazionaria, poi aggravata sino alla notte tra il 30 e 31 marzo quando alle 00.42 arriva la fredda telefonata “Suo padre è venuto a mancare”.

La mamma e il papà di Tiziana

Tutto quello che sono riuscita a dire: “cosa devo fare?” La risposta: “chiamare le pompe funebri”

La mamma è a casa da sola, nella sua situazione di fragilità post-chemio non ci avviciniamo per paura di un eventuale contagio, io ho lavorato sino al 13 marzo, ma non ci è stato fatto il tampone e nemmeno a mio papà. Pertanto passo la notte a tenermi il peso, la mamma la lascio dormire, d’accordo con mia sorella. La mattina seguente mia sorella “rompe le regole” e si reca dalla mamma, non possiamo darle la notizia per telefono, anche se ognuna di noi tre vive in un comune differente.

Un plauso lo devo ai ragazzi delle pompe funebri: il titolare, che conosceva mio papà, è una persona che lui ha definito molto rispettosa. Attendiamo il feretro al cimitero, almeno la possibilità di essere lì noi l’abbiamo avuta, fortunatamente ci è stato risparmiato lo strazio dei carri; arriva il furgone delle pompe funebri, ma il carro? Lo vediamo arrivare dalla parte opposta, l’ha fatto passare dalla strada che passa sotto casa, come gesto di estremo saluto.

Un operatore del cimitero si avvicina col carrello per facilitare il trasporto della bara ma il titolare dell’impresa lo ferma: “Lui lo portiamo a spalla”. Un nobile gesto per cercare di ridare dignità ad una persona, in una situazione in cui non abbiamo avuto nemmeno la possibilità di dirgli “ciao” al telefono.

Nessuno dalla RSA ci ha chiamato per un “mi dispiace” o un qualsiasi segno di vicinanza; ho chiamato io, dopo 3 settimane, per sapere cosa fare per gli effetti di papà, solo allora la persona che ha risposto ci ha fatto le condoglianze, un po’ tardi forse.

Ho visto un servizio sul LA7 in cui un operatrice della struttura di Clusone diceva “gli abbiamo tenuto la mano”; forse sarebbe bastata anche solo la nostra voce? La tecnologia di cui disponiamo oggi perché non usarla per la voce di un familiare? Continuo a chiedermi: cosa ha pensato papà che per un mese non ci ha visto, né sentito? Si sarà sentito abbandonato dalla sua famiglia.

Avrei tanto voluto che la sensibilità e il rispetto dimostrato dagli operatori dell’impresa di pompe funebri fosse stato dimostrato anche dal personale della struttura dove era ospitato mio papà, forse un piccolo gesto in più avrebbe risollevato il nostro morale per un momento.

Tiziana